Donne guerriere: il ruolo femminile nelle arti marziali attraverso i secoli

Quando pensiamo alle arti marziali, spesso ci vengono in mente immagini di guerrieri maschi: samurai, monaci shaolin, combattenti di MMA. Ma questa visione, seppur radicata, è incompleta. La storia delle arti marziali è anche storia di donne. Guerriere, maestre, rivoluzionarie: figure che hanno praticato, trasmesso e trasformato l’arte del combattimento in contesti spesso ostili o dominati dagli uomini.

Le Onna-Bugeisha: le samurai dimenticate

In Giappone, tra il XII e il XIX secolo, le onna-bugeisha erano donne appartenenti alla classe dei samurai, addestrate nel combattimento per difendere la famiglia e il proprio territorio in assenza degli uomini. Non erano rare eccezioni, ma vere e proprie figure istituzionalizzate nella società feudale. Una delle più celebri fu Tomoe Gozen, vissuta nel XII secolo, descritta nei racconti come una guerriera straordinaria, abile con la naginata (una lunga alabarda) e a cavallo. Partecipò attivamente alla guerra Genpei (1180–1185) e ancora oggi è simbolo di coraggio e abilità marziale. Con l’epoca Edo (1603–1868), la figura dell’onna-bugeisha perse importanza a favore di un ideale femminile più sottomesso. Tuttavia, la loro eredità non è scomparsa: molte scuole tradizionali di arti marziali (koryū) conservano tecniche pensate per donne, basate su strategia, agilità e precisione.

Cina: le monache guerriere e la leggenda di Ng Mui

Nella tradizione cinese, il contributo femminile si fonde spesso con il mito. Una figura centrale è quella di Ng Mui, una delle leggendarie “Cinque Anziane” sopravvissute alla distruzione del Monastero Shaolin da parte dei Qing. Si racconta che fu lei a fondare lo stile Wing Chun, un sistema di combattimento sviluppato per sfruttare l’agilità e l’energia interna piuttosto che la forza bruta. Ng Mui avrebbe trasmesso il Wing Chun a Yim Wing Chun, una giovane donna promessa in sposa contro la sua volontà, che grazie all’arte marziale appresa poté difendersi e affermare la propria indipendenza. Al di là della leggenda, stili come il Wing Chun e il Tai Chi hanno sempre incluso una forte componente femminile, sia come praticanti che come insegnanti, proprio perché basati su principi adatti anche a corpi meno muscolosi.

India e Sud-est asiatico: Kalaripayattu e guerriere dimenticate

In India, il Kalaripayattu è considerato una delle arti marziali più antiche del mondo. Anche se oggi la sua pratica è prevalentemente maschile, vi sono tracce storiche di donne guerriere che lo praticavano. Nel Sud-est asiatico, in particolare in Vietnam e Thailandia, ci sono state dinastie e movimenti di resistenza guidati da donne. Le sorelle Trung, eroine nazionali del Vietnam, guidarono una ribellione contro l’occupazione cinese nel I secolo d.C. Sono raffigurate a cavallo, armate di spade, e considerate antenate spirituali dalle scuole di arti marziali vietnamite.

Il Novecento: pioniere in Occidente

Con l’inizio del XX secolo e la diffusione delle arti marziali in Occidente, le donne iniziarono a rompere i tabù e a entrare in dojo, palestre e ring. Una figura centrale è Keiko Fukuda, l’unica donna ad aver mai ricevuto il 10° dan in judo dalla Kodokan (il massimo grado riconosciuto). Nipote del maestro di jiu-jitsu di Jigoro Kano (fondatore del judo), fu anche un attivista per l’insegnamento delle arti marziali alle donne. Nel karate, nomi come Hiroko Nakamura (5° dan, giudice internazionale) e Tsuneko Sasaki hanno contribuito alla diffusione dello stile Shotokan tra le donne. Nei decenni successivi, sempre più donne hanno preso parte a competizioni internazionali, fino a diventare campionesse mondiali.

Oggi: arti marziali, autodifesa e femminismo

Nel mondo contemporaneo, le arti marziali non sono più solo sport o tradizione: sono strumenti di emancipazione. Sempre più donne si avvicinano al jiu-jitsu brasiliano, alla boxe, al Krav Maga o al taekwondo non solo per competizione o forma fisica, ma anche per autodifesa e consapevolezza del proprio corpo. Movimenti come "Girls Fight Back" e organizzazioni no-profit in paesi come l’India o il Brasile offrono corsi di autodifesa alle donne per affrontare la violenza di genere. In questo senso, le arti marziali diventano anche strumenti di cambiamento sociale. Nel mondo dello sport, atlete come Ronda Rousey (MMA), Valentina Shevchenko, o la judoka Clarisse Agbegnenou hanno conquistato i vertici delle classifiche internazionali, dimostrando che la competenza marziale non ha genere.

Conclusione: riscrivere la narrazione marziale

La storia delle arti marziali è stata a lungo raccontata al maschile, ma una rilettura più attenta rivela una presenza femminile ricca, forte e tutt’altro che marginale. Le donne non sono state solo allieve, ma fondatrici di stili, eroine leggendarie, maestre e atlete di livello mondiale. Riconoscere e raccontare queste storie non è solo un atto di giustizia storica, ma anche un modo per ispirare nuove generazioni di praticanti – uomini e donne – a guardare alle arti marziali come spazio di uguaglianza, rispetto e crescita condivisa.